mercoledì 9 maggio 2007

Il microfono (parte prima)

Mi rendo conto che il discorso che farò su questo dispositivo potrà sembrare interessante per musicisti, o qualunque persona del settore che si voglia orientare in queste tematiche, ma non utilissimo ai più.

In realtà vi accorgerete, che comprendere queste semplici nozioni di base potrà ad esempio aiutarvi nell’acquisto di qualunque accessorio (altoparlanti, cuffie…) che indubbiamente ognuno di noi userà nella vita quotidiana.

Dopo tutti i discorsi circa la potenza del digitale, e sulle “inaspettate” ricadute di questo tipo di tecnologia su molti aspetti della nostra vita di tutti i giorni……

La tecnologia analogica che fine ha fatto?

Fermo restando che lavorare in digitale è indubbiamente meglio nell’elaborazione dei segnali, noi esseri umani però, udiamo ovviamente segnali analogici (reali) non sequenze di numeri.

Ci sarà bisogno innanzitutto di una tecnologia volta alla conversione di segnali numerici in analogici poi, se riflettiamo, avendo ormai capito che un suono è un onda pressoria che trasporta energia meccanica, dovendo elaborare segnali digitali che sono però variazioni di tensione elettrica, avremo bisogno per cominciare a fare qualunque cosa sul nostro elaboratore, di un oggetto che mi converta l’energia meccanica trasportata dal suono reale in energia elettrica…..

A questo servono i trasduttori.

Chiariamo prima di tutto in generale cos'è un trasduttore. Aprendo un qualsiasi dizionario, scopriamo che il termine sta ad indicare un "dispositivo che trasforma una grandezza fisica in un'altra".

Nel caso di trasduttori acustici le grandezze coinvolte sono quelle sopraelencate.

In musica i trasduttori che compiono quest’operazione sono chiamati microfoni.

In campi quali il cinema, la televisione, la radio, la musica, il microfono è parte essenziale e imprescindibile del processo di creazione del prodotto finale, ed è quindi essenziale operare una scelta appropriata e intelligente, sia per quanto riguarda il microfono stesso, che per quanto riguarda la tecnica di ripresa del segnale, al fine di apportare un buon contributo sonoro, che risulti del livello appropriato per la realizzazione complessiva.

Ogni microfono nasce per un utilizzo specifico, ed è estremamente importante conoscerne funzionamento e caratteristiche per giungere a buoni risultati.

Articolerò il mio discorso in più parti, data la quantità di argomenti non trascurabili da dover trattare.

I microfoni si possono classificare in svariati modi, a seconda delle proprietà adottate per lo scopo, dunque è utile dare una descrizione delle caratteristiche fondamentali di un microfono:

Il principio di traduzione in base al quale parliamo di microfoni a condensatore, dinamici, piezoelettrici....

la risposta in frequenza che ci indica in buona sostanza la fedeltà di traduzione del suono originale.

La sensibilità cioè il rapporto fra, ampiezza del segnale elettrico uscente dal
microfono e ampiezza del segnale acustico, è cioè un'espressione del
rendimento del microfono. Viene di solito espressa in mV/Pa (milliVolt per
Pascal).

La massima pressione acustica o pressione acustica limite espressa in dB (decibel),
specialmente critica per la registrazione di strumenti in grado di produrre
suoni di grande intensità, come gli strumenti a percussione.

La direzionalità che esprime la capacità del microfono di captare più o meno bene
i segnali, in base alla direzione di provenienza.

Ovviamente alcuni dei concetti potranno risultare oscuri, perciò oltre ad averli elencati li analizzerò di volta in volta.

Comunemente la prima grande distinzione tra microfoni si attua in base al principio di funzionamento (principio di traduzione), dunque coerentemente con ciò proseguirò descrivendo i vari tipi di microfoni in commercio in base alla fisica che c’è dietro la trasduzione del suono.

Ilario Ferrari

martedì 8 maggio 2007

Jamie T

Panic Prevention ****

Pacemaker Records/Virgin

La scena musicale londinese di questi ultimi anni è caratterizzata da un fermento senza pari nel mondo.

Da una parte l'esplosione dell'indie-rock made in the UK che ha coinvolto migliaia di ragazzi (a Londra nel 2006 sono state vendute il doppio delle chitarre elettriche vendute nel 2000), dall'altra una scena hip-hop che ha raggiunto la piena maturità svincolandosi dai canoni dettati dai cugini americani.

E poi il reggae che non è mai tramontato nei quartieri neri, le nuove derive dub, la minimal-house, la techno, l'elettronica che imperversa nei party della metropoli inglese.

Il ventiduenne Jamie T è figlio di tutto questo, la sua musica è un folle frullato di chitarre indie-rock, bassi ipercompressati, ritmi in levare, metriche ragga-rap, drum machine da due soldi e tastiere giocattolo, il tutto condito da un do-it-yourself sfrenato e da una evidente propensione all'alcolismo.

Il tutto senza mai perdere di vista la forma-canzone, con ritornelli sbilenchi che si appiccicano all'orecchio e non si staccano più.

Stonato, superficiale, confusionario, suonato e mixato male, in una parola geniale.

sabato 5 maggio 2007

Le proteine nella musica, i nuovi hackers wi-fi e il verme di lunga vita

Un programma della gene2music è un curioso progetto di ricerca che unisce il campo musicale a quello biologico.

Utilizzando delle proteine come prototipi vengono assegnate delle note agli amino acidi permettendo di avere a disposizione un range di 2,5 ottave.
In pratica vengo elaborate delle sequenze musicali che rappresentano alcuni tipi di proteine e che possono essere suonati da chiunque. Inoltre si può contribuire ad un database di file audio inviando i file midi che suonano gli spartiti messi a disposizione dal sito del progetto.

La gene2music si occupa di sperimentare il ruolo delle arti applicate alle matematiche, alla biologia e alla scienza della mente. Nel caso delle proteine, l’articolo della ABC conclude con una nota che rifletta la limitatezza e la caratteristica giocosa di una tale ricerca, nota da principio ai responsabili di un tale progetto:

“But DNA has only four potential 'notes' - the compounds that make up the rungs on the double-helix ladder - and this is musically limiting, the researchers say.” ABC

Un nuovo tipo di frode interattiva preoccupa i gestori degli Starbucks café inglesi, dove ci si può connettere wi-fi con il proprio laptop. Il Timesonline fa una inchiesta e si vengono a scoprire dettagli su come attuare la frode e della facilità di poter gabbare l’identità di una rete vicina direttamente istallando un software e creando un tunnel all’interno del hotspot pubblico:

“In a speech about wireless security last week, Phil Cracknell, a technology officer at Deloitte's, said: "This type of attack where the operator sits around and harvests details while you are connected to the hotspot is destined to become the new type of phishing.” Timesonline

Non sarà un regime di austerità alimentare a ridurre le nostre calorie. Un gene scovato in un verme riesce a restringere la nostra assimilazione di calorie e a far aumentare la nostra permanenza terrena di un valore del 40 percento. Il gene riesce ad aumentare il livello di proteine SODs che eliminano i radicali liberi. Si pensa già di testare il gene attraverso la creazione di un farmaco, un elisir di lunga vita di cui ancora però non si conoscono l’efficacia e l’applicabilità reali:

“Prof Dillin said that they would also test a range of drugs to see if they can find some that boost the activity of the human equivalent of the worm gene and, in theory, boost longevity.

So far, only one other gene, called sir-2, has been implicated in the life- and health-prolonging response of the body to calorie restriction. Increased use of the gene extends longevity of yeast, worms, and flies.

However, the link is not so clean cut because the loss of sir-2 disrupts the calorie restriction response only in some strains of yeast and has no effect on other organisms, such as worms” Daily Telegraph

venerdì 4 maggio 2007

Storia del foglio che divenne creazione.











A sinistra un origami a forma di castoro, a destra la forma classica per un origami:la gru giapponese.



Chi di noi non ha mai provato a fare un aereoplanino di carta o la classica barchetta con un foglio di carta o di un materiale che fosse pieghevole.

All’inizio sembrerebbe complicato piegare il foglio in combinazioni che portano ad un risultato finale soddisfacente,ma ,una volta presa la mano,l’operazione risulta semplice e meccanica,tanto che si arriva a crearsi il proprio stormo o la propria flotta cartacea in pochi minuti.

Quelli della barchetta o del piccolo aereo sono esempi,possiamo dire,”embrionali” di una tecnica che in Oriente,più precisamente in Giappone,ha trovato illustri cultori divenendo una forma di arte per chi osserva dall’esterno e parte della cultura nazionale e della tradizione giapponese,per quanto effimera possa essere come arte,l’origami (dal giapponese:ori = piegare ,kami = carta).

Ma attenzione!Con origami non s’intende solamente il piegare la carta per conferirle la forma di un animale o di un oggetto miniaturizzato(origami complesso).Con questo termine si può intendere anche un cappellino da festa o un aereoplanino (origami semplice).

L’origine di questa tecnica,praticata fin dall’epoca Edo(1603-1867),è da ricercarsi nel cerimoniale di piegatura della carta,altrimenti noto come noshi,risalente all’epoca Moromachi(1398-1593).

L’origami di origine europea è rappresentato dalle varie Pajaritas o Cocottes spagnole e francesi che simboleggiavano un piccolo uccello,risalenti pressappoco al XVI secolo.

Tutto comincia,secondo la tradizione,con un foglio quadrato che viene piegato con pochi tipi di piegature,le combinazioni delle quali vanno a dare forma alla creazione artistica della cosa rappresentata,che non ha canoni di dimensione come il foglio utilizzato per farla,che però non deve subire tagli da parte di forbici o altro ma solo essere piegato.

L’artista tedesco Joseph Albers,di corrente minimalista e fondatore della teoria moderna dei colori,tra il 1920 e il 1930 insegnò quest’arte della piegatura della carta,ma la sua tecnica prevedeva l’utilizzo di fogli circolari che si piegavano in spirali e forme ricurve.

Il pedagogista Friedrich Fròbel riconobbe l’elevato potenziale educativo di quest’arte e lo inserì nel suo “kindergarten system”come metodo di educazione nei primi del 1800.

Con il giapponese Akira Yoshizawa assistiamo alla rinascita moderna di quest’arte e l’introduzione di nuove tecniche,quali quelle chiamate soft-folding o wet-folding,la prima che prevede diversi modi di piegare,ora più morbido,ora più deciso e marcato per creare particolari effetti,la seconda che prevede una leggera umidificazione del foglio durante la piegatura,in modo che questo mantenga la propria forma.

Ricordiamo in fine l’introduzione di un novo tipo di origami,quello modulare,nel quale molti modelli vengono assemblati per formare un unico origami,come quello della foto in basso.


Una delle forme origami più famose è la gru giapponese. La leggenda dice che chiunque pieghi mille gru avrà i desideri del proprio cuore esauditi.

A causa di questa leggenda e di una piccola ragazza giapponese chiamata Sadako Sasaki, la gru giapponese è diventata un simbolo di pace. Sadako fu esposta alle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima quando era una bambina e questo minò inesorabilmente la sua salute. Era una hibakusha, una sopravvissuta alla bomba atomica.

A quel tempo, nel 1955, aveva 12 anni e stava morendo di leucemia e sentendo questa leggenda decise di piegare mille gru,in modo che si avverasse il suo desiderio di poter continuare a vivere.

Il suo sforzo non riuscì ad allungare la sua vita, ma spinse i suoi amici ad erigerle una statua nel Parco della Pace di Hiroshima: una ragazza in piedi con le mani aperte ed una gru che spicca il volo dalla punta delle sue dita.

Ancora una volta l’arte simboleggia il desiderio umano di spingersi oltre la normalità e la speranza,in un mondo dove la speranza non esiste perché non vi sono fattori che la cagionino.

Daniele Tartaglia

mercoledì 2 maggio 2007

Parliamo del male, della tecnologia e del volto umano

Consigli di un giovane ai giovani sulla perdita del senso
(prima parte)

Non voglio risolvere alcun problema, né accresce questioni ma aprire un dibattito nel cuore di tutte le persone che si domandano perché il mondo va in un certo modo e quale sia il nostro compito, ovvero il compito di giovani studiosi attenti ai problemi e mai soddisfatti della prima versione di un evento.

Poiché la materia è lunga e richiede il coraggio di esporsi in maniere totale e perenne voglio inoltrarmi su tre punti fondamentali che dispiegherò nel corso di queste settimane: il male, la tecnologia e il volto umano.

La prima obiezione che mi si può fare è perché scrivo in un blog di mia iniziativa, che tratta ti arte e di scienza, questioni che entrano nel merito di problematiche universali. Fin dal primo articolo che ho scritto ho voluto far notare che il perno centrale delle questioni che girano intorno ad un tale progetto è sì la scienza, ma quella che si interroga sulla sua natura e sui suoi scopi.

Di fronte a questa considerazione di ciò che viene dichiarato scientifico pongo il problema che viene sempre più eliminato dalle questioni scientifiche: la fede, la credenza, la questione della verità e le questioni ultime della conoscenza. Non dico che la scienza le abbia disconosciute, ma anzi che le manovri con così grande facilità da averle superate e deglutite in nome dell’utilità dei suoi mezzi.

Cosa c’entra il male se si può eliminarlo in modo tecnico? Cosa c’entra oltretutto il vuoto e la perdita di senso, se si riduce l’evoluzione del mondo a qualcosa di spiegabile in sé?

Bene, sappiamo tutti che il giovane medio italiano nella maggior parte dei casi non si schiera da nessuna parte, è disincantato, addirittura da alcuni sondaggi che leggo oggi (1 maggio 2007), su Repubblica, è molto labile, sospeso tra più identità, compresso nel gruppo e nella rete di amicizie scolastiche e comitive mutanti, in una sorta di rapporto familiare con l’altro ma senza la vecchia istituzione della famiglia, al di fuori del recinto di casa: poiché è la comitiva la casa o l’identità che man mano viene a costruirsi.

Senza fare moralismi, la mia generazione, quella dei ventenni di oggi, ha in parte virato verso questo fenomeno nuovo e in parte se ne è allontanata, per motivi sia culturali sia per una entrata veloce nel mondo del lavoro. La generazione dei ventenni di oggi ha però le stesse caratteristiche del dinamismo destra-sinistra dei nostri padri, conservatori e rivoluzionari. Quella parte che è stata traghettata verso un nuovo concetto di filiazione tra coetanei ha fatto entrate all’interno di un tale dualismo anche il fenomeno della stasi, dell’assenza di polarità, producendo quello che a ragione si è chiamato“disincanto”.

Era normale che tra una dicotomia delle ideologie forti (sempre però all’interno di una costruzione in molti casi antica di famiglia, in entrambi gli schieramenti) e una assenza di queste si venisse a creare una originale ideologia, che media tra le due e si pone come uno stimolo forte o un impulso alla costruzione dell’ ideale di legalità e pulizia nel mondo, nei fatti, nei confronti della storia e dell’educazione di chi ci conduce in modo becero (nel nostro paese e fuori).

Quello che sto scrivendo da quale ventenne proviene? Di quale mistura voglio impastare il mio quesito e la mia riflessione?

L’indole del mio status è quella dell’osservatore e dello studioso, che ancora crede e vive nell’idea della filiazione familiare antica e nell’idea (mai ideologia) della ricerca di una identità: attenzione, la ricerca non è una poltrona d’oro, non è un lasciapassare per la stasi, ma è una tensione verso alcuni principi che man mano possono anche venir cambiati, ma in nome di una onestà intellettuale e di un pensiero attivo, non come quello di una identità che si dichiara fin dalla sua nascita come passiva ed imperturbabile (uno scetticismo delle tribù e delle comitive nell’adolescente medio oppure un disfattismo alla ricerca delle sue prede, tipico del ventenne che si dichiara non tanto apolitico ma legalmente nella giusta idea di real politic).

Veniamo allora al dunque, al male in primis. I fatti tragici non li vediamo più come un simbolo dell’oscurità, l’uomo moderno e secolarizzato, informato o non, non percepisce più l’attuale come se fosse all’interno di un mondo che contiene il male. Ciò che una volta era peccato oggi è biologia, mancata applicazione di una regola, immagine da scaricare se volete, tecnicismo dell’azione umana, in pratica un evento spiegabile non più per mezzo di una entità che è al di là dell’uomo ma solamente comprensibile attraverso il metro di giudizio dell’uomo isolato nei suoi fenomeni.

Ciò che è più grave inoltre è che il male, in questa sua completa risoluzione, non si pone più come una domanda ma come una risposta alla quale rispondere senza alcun tentennamento. Se il male può essere codificato, essere chiarito in modo efficace, esserne trovate le radici della sua essenza, allora l’uomo può anche estirparlo, sempre in modo tecnico, in nome del piacere, della soddisfazione e del ludibrio, addirittura usufruendo del male stesso come mezzo per mettere da parte il dolore (l’aborto, pillola abortiva, eutanasia, esperimenti su embrioni), quello si il vero volto di ciò che deve essere evitato. Sono un conservatore? Sono un clericale? La mia posizione cerca di guardare nei fatti, facendo una autopsia al progresso e constatare come il problema del male sia sempre in noi avvertibile in ciò che è visibile (perché è dato dall’informazione, dal giornale, dal video) mentre lo escludiamo in ciò che è invisibile o che opera attraverso la lente dell’infallibilità (non quella ex chatedra Petri, ma quella dello scienziato cartesiano ed ateista allo stesso tempo).

“La riflessione filosofica contemporanea considera la reale possibilità del superamento del male. La secolarizzazione ha portato al massimo la convinzione che l’uomo possa vincere il male con le sue conoscenze scientifiche, le sue conquiste tecniche e con la cooperazione internazionale globalizzata” (Angelo Amato, Segretario della congregazione per la Dottrina della fede)

Perché la filosofia contemporanea, nella sua veste di conoscenza più alta, quella discorsiva, quella che si batte tra prove e controprove esclude il problema dell’esistenza del male proprio nei tempi moderni, quando è stata sempre al centro delle discussioni metafisiche, da Leibniz a Paul Ricoeur ?

Dietro questa esclusione ed allo stesso tempo incapacità di dare una pur minima identificazione al male, c’è la stessa preoccupazione che Kant esprimeva per la fine della metafisica nell’epoca della critica dei saperi scientifici. La metafisica era rimasta nell’indifferenza, si era arenata e non riusciva a rinvigorirsi attraverso quel mutamento di metodo che la matematica e la fisica avevano attuato attraverso una chiara distinzione dei loro oggetti e della loro estensione:

“E’ vano infatti fingere indifferenza nei riguardi di indagini del genere, il cui oggetto non può mai essere indifferente alla natura umana. Gli stessi presunti indifferenti, anche se cercano di mimetizzarsi dando un tono popolare al linguaggio di storia, tosto che pensano qualcosa, finiscono inevitabilmente per cadere in quelle affermazioni metafisiche verso cui ostentavano tanto spregio.” (Emanuele Kant, Prefazione alla prima edizione della Critica della ragion pura)

Ma il filosofo di Konigsberg è importante anche perché ha scisso la questione della fede e della ragione, separando i due piani e indirizzandoli verso due tipi ragioni, rispettivamente una pratica ed una pura. Ritorneremo su questo punto per analizzare il rapporto tra fides e ratio, nella possibilità di un loro incontro e non di un loro scontro, in cui il controllo della tecnologia è il sintomo della nostra razionalità più matura e non più oscurantista.

A chi bisogna riferirci per porre i fatti in una luce diversa, per rispondere alla sfida che il male ci rilancia sempre, ad ogni mossa, come se la tentazione del diavolo a Cristo nel deserto fosse una partita che si rinnova sempre, e sembrerebbe non avere fine?

Il mio consiglio è quello di non disprezzare, ma anzi seguire nell’attuale l’insegnamento di qualcosa che sempre più riteniamo come passato e come ridicolo: la morale giudaico-cristiana. Non credo che possa piacere a tutti una cultura secolarizzata che pensa di vivere come se il male non ci fosse. Forse non tutti sono d’accordo sul fatto che oggi la modernità non voglia più convivere con esso ma si sforzi per combatterlo. Personalmente credo di no, e la risposta sta proprio nell’onestà di comprendere il consiglio suddetto come una radice della nostre comprensione dell’attuale.

Una delle campagne più grandi dell’ateismo e dello scientismo che si è diffuso nella secolarizzazione moderna è che l’uomo grazie alla tecnologia possa essere libero di agire secondo la sua propria natura, avendo smascherato chi fosse il vero male che non permetteva all’uomo di poter godere l’esperienza della vita.

La liberazione dall’idea che l’entità del male è un elemento materiale estirpabile e secondario (un software a cui possiamo accedere come ad una pagina di un libro giallo sull’omicidio di Cogne, un gioco da poter filmare e scambiare tra coetanei per telefonino, una strage ad una università bollata come semplice diffusione di armi in un paese in cui il possesso di un’arma è un diritto, le maestre di Rignano Flaminio subito bollate di pedofilia senza conoscere i fatti ma solo attraverso testimonianze prima di un processo), pone chi lo considera come qualcosa di spirituale, di oltre umano, del male come qualcosa che supera il singolo e va a rappresentare un potere che si annida nelle opinioni false e nella vita mediatica (una atmosfera o una coltre diffusa che non è un mero difetto o disturbo dei nostri geni) , in uno stato di inattualità, come se il Vangelo e l’Antico Testamento non fossero adatti a spiegare meglio il male di come lo facciamo noi, presunti laici, atei, in cima ad una montagna a guardare in basso come ad uno stato iniziale oramai inutile arrivati in vetta.

“Personalmente mi rifiuto di vedere nel cristianesimo una qualunque forma di invito alla rassegnazione, anzi lo considero un appello straordinario alla volontà e alla libertà dell’uomo. Scorrendo le pagine dei Vangeli, si vede quanto spazio abbia lasciato il Cristianesimo alla libera scelta di ognuno, dall’invito a seguirlo rivolto al giovane ricco all’atteggiamento verso i suoi discepoli. Del resto, se le società cristiane si sono evolute di più delle altre nel corso della storia, non è forse a causa di questa scintilla? Secondo il cristianesimo, la storia degli uomini, pur avendo un suo senso, non è già stata scritta. Al contrario, questa religione rifiuta qualunque idea di fatalità o destino, a vantaggio dell’esercizio della libertà e della responsabilità dell’uomo, aiutato dallo Spirito.” (René Rémond, accademico di Francia, “Il nuovo anticristianesimo”)

Oggi sbirciando nel concerto del primo Maggio a Roma, ho sentito il presentatore nell’anteprima che ironicamente scherzava sulla Chiesa e l’evoluzionismo: la Chiesa non si è evoluta ecco perché ce l’ha con l’evoluzionismo. Spero che alla mente ed al cuore di noi giovani attenti questa rimanga una battuta (anche se per molti è una certezza). Il mio atteggiamento non è quello di dovermi e dovervi convertire al cattolicesimo, ma di non considerarlo come estraneo ai tempi che viviamo, come ad una storiella di cui si mette in dubbio anche l’origine (Odifreddi) o si vagheggia su matrimoni della Maddalena (Dan Brown).

L’avvento di un Papa teologo come Ratzinger non è un assalto alla comprensione di ciò che è bene o che è male, ma una grande opportunità per noi studiosi di confrontare la nostra ragione che spiega i fatti con chi invece scrive e ha scritto tesi sulla conciliazione tra fede e ragione, tra il Dio dei filosofi e il Dio della fede, tra l’attuale e l’inattuale.

Ma soprattutto credo che il nostro pensiero sia un pensiero debole, che ha paura del male ma crede che esso si sia evoluto e faccia parte del caso. Se questo fosse il metro di giudizio allora non credo che i problemi del mondo possano essere risolti, anzi la risoluzione dei problemi a cui tutta la conoscenza viene assimilata in un adattamento continuo al caso, non si potrebbe porre il problema del male, perché esso è di per sé spiegabile: è infatti un problema come gli altri e risolvibile come un problema matematico.

Da giovane che dialoga con altri giovani spero che il male non sia posto come una questione qualunque, ma come un quesito metafisico, alto, da temere per comprendere, da considerare come al di là della razionalità per essere risolto nelle sue conseguenze terrene: tra la facilità del male e dei fatti e la profondità del mondo opto per la seconda, ma sempre con la coscienza kantiana di non poter dominare un campo così radicale attraverso la sola ragione ma servendomi della ratzingeriana armonia con il campo della fede.

Davide De Caprio

martedì 1 maggio 2007

L'etica del campionamento

Un’innovazione tecnologica importante porta sempre con sé una serie di conseguenze spesso imprevedibili.

E’ nella natura umana, soprattutto degli uomini di questo secolo, dedicarsi alla ricerca scientifico-tecnologica senza una riflessione accurata sulle conseguenze delle proprie scoperte, ciò porta inevitabilmente a trovarsi di fronte a problemi totalmente imprevisti, ma che in realtà potevano essere prevenuti.

Questa è una delle ragioni principali che mi spingono a trattare quella che ho chiamato l’etica digitale.

Cioè in sostanza, un’analisi delle conseguenze che le innovazioni nel campo della tecnologia digitale possono portare nella nostra vita.

Quest’analisi delle conseguenze non è limitativa nei confronti della tecnologia, piuttosto la chiamerei preventiva.

L’aspetto più caratteristico del mostro digitale è sicuramente il campionamento dei suoni.

Una delle conseguenze che il teorema di Shannon sul campionamento ha portato in campo musicale, è l’avvento delle cosiddette workstation musicali, cioè strumenti elettronici in grado di produrre eventi sonori di densità e complessità superiore a quella orchestrale.

Se è possibile campionare e dunque “impossessarsi” dei suoni di qualunque strumento, sarà possibile campionare la voce in modo da poter riprodurre elettronicamente il timbro esatto di un qualsiasi cantante?

Data ad esempio una traccia vocale di Pavarotti è possibile pensare ad uno strumento che, contenendo la voce del cantante campionata e suonato in un certo modo, consenta di riprodurla fedelmente?

Fortunatamente ancora non esistono strumenti in grado di fare ciò, ma credo sia un interessante spunto di riflessione circa le potenzialità del digitale.

Fino a quando si suona una tastiera con il suono del violino della chitarra… credo che a parte i puristi della musica acustica nessuno si scandalizzi, dato che comunque il suono di uno strumento è qualcosa che si è sempre potuto comprare: vado in un negozio spendo 40000 euro e compro la chitarra originale di Hendrix….
Se invece riuscissi a campionare il suono della voce di Pavarotti in modo da poterlo riprodurre tramite uno strumento elettronico, mi sarei impossessato di qualcosa di molto più profondo che di sicuro 50 anni fa non potevo comprare…

Tant’è che risulterà bizzarro chiedere ad un commerciante: “Senta scusi vorrei le corde vocali di Pavarotti quanto vengono?”

Ora la domanda è: questo probabile risvolto dell’avvento del mostro digitale, è giusto limitarlo o quanto meno regolamentarlo?

Per alcuni potrebbe sembrare un problema da poco, in realtà oggi si è totalmente impreparati ad affrontare una situazione del genere, mi spiego: quando si compone un pezzo, l’artista per avere il copyright lo scrive alla SIAE mandandone lo spartito…

Che cosa accadrebbe se, poniamo il caso, uscisse un pezzo inedito con la voce di Vasco Rossi di cui lui non ne è a conoscenza?

E’ come se in futuro un cantante oltre a dover avere i diritti sui suoi pezzi, dovesse averli anche sul suo timbro vocale.

Potreste dire: Che ci importa, è un problema che riguarda solo i cantanti….

Se si riflette bene, si può facilmente immaginare il caos totale che si creerebbe, se non venisse regolamentato tutto ciò.

Tutti a casa avremmo “il nostro Vasco”, uscirebbero su internet migliaia di pezzi con le voci di tutti i cantanti senza il minimo controllo….

Si perderebbero alcune delle caratteristiche fondamentali della maggior parte della musica moderna: l’individualità, l’unicità dell’interpretazione…..

Ciò per contro potrebbe anche portare una positiva rivalutazione delle performance live. Non vorrei che passasse il messaggio che le conseguenze delle innovazioni tecnologiche in musica arrechino solo danni….è che ovviamente i vantaggi sono molto più evidenti.

Ilario Ferrari