martedì 18 marzo 2008

Un martedì storico

Il MATblog presenta da questa settimana un giorno dedicato allo studio e alla traduzione di articoli e saggi di difficile reperimento, nell’ambito della storia della musica popolare del ‘900.

“Researching Rhythm and Blues” articolo di Arnold Shaw apparso sul periodico Black Music Research Journal, Vol. 1. (1980), pp. 71-79.

(prima parte, note in inglese)

Il termine “rhythm and blues” (R&B nel gergo musicale), diviene molto popolare nel giugno del 1949, quando il giornale Billboard lo sostituì a “race” [By the time that R & B superseded Race, the style had changed sufficiently to require a new designation, even though the impetus for the change came from a postwar desire to eliminate the pejorative overtones of the term race], termine che era stato utilizzato nel 1920 per designare le registrazioni nere fatte da musicisti di colore.

Il 1949 fu anche l’anno in cui l’R&B si raccolse in uno stile identificabile. Come Jonny Otis, produttore e talent scout, ebbe a dire: “ L’R&B è ora partito qui a Los Angeles. C’era Roy Milton, Joe Liggins, T-Bone Walzer, Charles Brown, io e molti altri. Intorno al ‘49 o ‘48 era compiuto- avevamo una forma d’arte, sebbene non sapessimo che cosa significava allora [Johnny Otis (b. 1924) produced Little Esther's R & B hits in 1950 as well as Big Mama Thornton's disk of "Hound Dog," wrote the classic R & B ballad "Every Beat of My Heart," and scored a hit himself on: "Will and the Hand Jive" in 1958. Roy Milton (b. 1907) achieved recognition with his 1946 R & B instrumental "R.M.Blues" on Specialty Records. Joe Liggins, also a Specialty artist, scored the No. 1R & B bestseller of 1950 with "Pink Champagne." Aaron "T-Bone" Walker (b. 1910, d. 1975) pioneered the use of the electric guitar in R & B and is remembered for his version of "Call It Stormy Monday," an R & B classic. Charles Brown (b. 1920) pioneered the ballad style in R & B and is remembered for his version of "Driftin' Blues].

Nonostante il ryhthm and blues sia la fonte diretta ed immediata del rock style, che dominerà la popular music per un quarto di secolo (1956-1980), il suo carattere unico, l’impatto storico, e gli artisti creativi hanno ricevuto poca attenzione e in generale sono stati denigrati, a volte persino da storici e docenti di un certo rilievo.

In Mystery Train (1976), la valutazione di Marcus Greil sul debito di Elvis Presley nei confronti di Arthur "Big Boy" Crudup e Willie Mae "Big Mama" Thornton, offre una significativo esempio di deprecazione. Ciascuno dei cinque Sun disks registrati da Presley prima della sua consacrazione nazionale nel ’56, includevano una canzone scritta e originariamente registrata da un bluesman nero ['That's All right, Mama" (1954) by Arthur Crudup; "Good Rockin' Tonight" (1954) by Roy Brown; "Milkcow Blues Boogie" by Sleepy John Estes, "Baby, Let's Play House" by Arthur Gunter, and "Mystery Train" by Junior Parker (these latter three in 1955)].

L’anno della sua fuga dalla Sun, Presley incide e diventa intimamente associato con “Hound Dog”, un brano registrato tre anni prima da Big Mama Thornton. Lui stesso ha dichiarato di come scappava per gli uffici della Sun quando il proprietario Sam Phillips gli chiedeva se volesse registrare qualche Crudup blues, e ci ha descritto il suo debito per una tale tradizione nel modo seguente: “ Mi piacciano un sacco gli sporchi cantanti del Missisipi, soprattutto Big Bill Broonzy e Big Boy Crudup, sebbene mi sgridino a casa quando li ascolto. Sinful music [musica peccaminosa, vergognosa], dicevano i cittadini di Memphis- che mai mi infastidirono.”

Suonando insieme a quei cantanti di blues, tramite radio o registrazioni fonografiche, Elvis imparò le posizioni degli accordi sulla chitarra. In breve, Presley si nutrì di R&B durante gli anni della sua crescita e sviluppò una conoscenza pratica del repertorio R&B. Aggiungiamo anche l’ espresso interesse della Sun Records di Sam Phillips nel registrare uomini bianchi con un black sound- e le origini black dello stile di Elvis Presley sono inevitabili.

Di fronte a questa evidenza, quale è la posizione di Marcus Greil? : “ L’implicazione, che si trova sempre quando Crudup e Willie Mae Thornton sono considerati fuori dal mondo bianco, è che Elvis non sarebbe stato nessuno senza di loro, e che si è arrampicato sulle loro spalle [he climbed to fame on their backs]. E’ venuto il momento di dire che questo è un nonsenso.”

Senza prendere in considerazione la frase “"climbing on their backs”, vorrei chiedere a Mr.Marcus: “ Cosa sarebbe stato Elvis senza Crudup e Thornton- cioè, senza la black culture che ha studiato, assorbito e imitato? Non potrebbe Mr.Marcus riconoscere che Jerry Lee Lewis, Eddie Cochran, e Buddy Holly [Jerry Lee Lewis (b.1935) who became known for his hit records of "Great Balls of Fire" and "Whole Lot of Shakin' Going On" in 1957, not only aped Little Richard's frantic style but copied his mannerisms at the piano. Eddie Cochran (b. 1938, d. 1960), who scored with "Sittin' in the Balcony" in 1957, was influenced by Ray Charles and Little Richard. Buddy Holly (b. 1936, d. 1959) remembered for "Peggy Sue," "That'll Be the Day," and other R 'n' R hits, also owed a debt to Little Richard.], tra i tanti aspiranti al trono del rock cui Presley è asceso, sono tutti diventati qualcosa grazie alla loro immersione nella blues culture?”.

Per riconoscere l’originalità di Presley quanto a stile, non si richiede un rigetto di quelle influenze di cui si è nutrito e formato. Eppure Marcus, senza essere un razzista, pone se stesso nella cerchia di quelli che hanno lottato per deprezzare l’ineluttabile impatto della black culture sulla popolar music americana.

Come altri black styles [In September 1899, Ragtime was attacked by the sedate Musical Courier as "vulgar, filthy, and suggestive. It is artistically and morally depressing, and should be suppressed by press and pulpit."], R&B è stato contraddetto fin dall’inizio e anche denigrato per ragioni estetiche, a volte persino da scrittori neri. LeRoi Jones scrive in Blues People “ a mio parere, l’R&B sembra meno personale di una vecchia forma di blues, anche solo perché il costante martellamento della travolgente sezione ritmica spesso sovverte le parole, e così sembra essere più facile da simulare”.

Jones non nega che l’R&B è un “emotionally sound music", ma aggiunge: “La sua molta volgarità assicura un significativo collegamento emozionale con la vita delle persone”. Nota anche che l’R&B “divenne più un anatema per la media borghesia nera che le prime forme di blues, ormai probabilmente dimenticate, poiché era contemporaneo ed esisteva come legittima espressione di molti neri e come promemoria chiassoso delle reali origini della black music.”

Le riserve estetiche di Jones trovano un forte appoggio tra ricercatori e aficionados dell’area jazz e blues. Anche se alcuni jazzmen, inclusi esponenti del free jazz, hanno fatto il loro tirocinio nelle R&B bands [Albert Ayler, who explored the negation of fixed pitches, worked with Little Walter. Archie Shepp, who experimented with melodic fragmentation and phrase permutation, first worked as a tenor-sax honker. Saxist Ornette Coleman toured with Clarence Samuels's R & B group in 1949], e sebbene un’improvvisazione di sax solo fosse l’elemento principale dei dischi R&B, i jazzmen generalmente mostravano una attitudine condiscendente verso lo stile. Nel libro di Phyl Garland The Sound of Soul, si fa notare che Ray Charles fu all’inizio scartato “dai jazz-living, neri medio borghesi, come soltanto un altro R&B man che si lamentava raucamente”, e raggiunse consenso solo quando esibì “una abilità di trascendere la dicotomia tra R&B e Jazz.”

Come per i ricercatori Paul Oliver e Sam Charters, R&B è sospetto a causa del suo orientamento di mercato e fondamentalmente perché non è una folk art. Lonnie Johnson, musicista a New Orleans all’inizio del secolo ma che segnò un colpo importante durante l’era R&B, espresse una possibile risposta a quelli che associavano la purezza con l’età quando chiedeva: "Lei è un altro di quei ragazzi che vogliono mettere le grucce sotto il mio culo?".

La ricerca sull’ R & B non solo ha sofferto di una estetica negativa e di negativi atteggiamenti sociali, ma anche di una confusione per quanto riguarda la sua identità.
In uno dei saggi sulla forma, il defunto Ralph J. Gleason scriveva di R & B come se esso e il rock’n’roll fossero una cosa sola. Era una confusione probabilmente originata dai disk jockey che avevano reso popolare il rock'n'roll come la designazione di un nuovo sound degli adolescenti [Alan Freed is sometimes erroneously credited with coining the term "rock'n'roll." As students of blues literature know, "rock 'n' roll" is black jargon for fornication and appears in many blues. As for R & B literature, a savoy Records disk of 1947 bv Wild Bill Moore is titled, "We're Gonna Rock, We're Gonna Roll." Bill Haley has claimed that he invented the term because he wrote a song around 1952 titled, "Rock-a-Beatin' Boogie" in which he used the words: "Rock, Rock, Rock everybody, Roll, Roll, Roll everybody."]

Quando Alan Freed cominciò a programmare registrazioni R & B presso la Cleveland Station WJW nel 1951, si riferiva a loro come "the big beat” e dopo poco tempo, come "rock’n’roll”, apparentemente per affrontare una possibile resistenza degli ascoltatori bianchi alle registrazioni nere (ma non ci fu resistenza, e i giovani ascoltatori, incapaci a ballare le canzoni Tin Pan Alley, impazientemente attendevano il suo programma). La comprensibile confusione di Gleason sui due stili fu discussa nel 1974 da Lawrence N. Redd, che in modo pungente intitolò il suo controverso tomo “Rock Is Rhythm and Blues”.

lunedì 17 marzo 2008

Wishlist, o meglio: l'inzio della settimana

Cose da vedere, da sentire, da leggere

Da vedere (e gustare con gli occhi):

L’Arte dell’uovo di Pasqua, dal 17 marzo a Roma, Palazzo delle Esposizioni-Open Colonna


“L'uovo, una forma perfetta che per un’occasione speciale incontra l'arte e diventa progetto di beneficenza. Un evento collaudato, giunto nell’occasione, alla quinta edizione si presenta come una manifestazione di richiamo per tantissimi artisti, pittori e scultori e stilisti pronti a contribuire attivamente per una causa di solidarietà” http://www.lartennelluovodipasqua.com/

Da vedere:

Sensitive timelines. Un progetto sulla narrazione e il tempo, dal 17 marzo a Roma, Via Castruccio Castracane 28


“The project starts from a reflection about narrative structures and their use within video art, then to extend the topic to other languages and disciplines; the discussion will spread through elaboration spaces, that would open the topic to other discursive and practical articulations..” http://www.26cc.org/

Da sentire:

Daniel Lanois, Here Is What Is (Red Floor Records)

“As a producer more interested in atmospheric sensibilities than technical perfection, Daniel Lanois has masterminded career-defining albums for U2, Bob Dylan and Peter Gabriel, often reinventing their sound by adding layers of mystery and depth. Recorded with jazz drummer Brian Blade and pianist Garth Hudson, Lanois' sixth studio album is an eclectic mix of richly textured rock songs, mellow vibes and hypnotic instrumentals, interspersed with snippets from philosophical conversations with mentor Brian Eno” (Billboard.com)

Da Leggere:

L’effetto Lucifero, di Philip Zimbardo (Raffaello Cortina editore)


Abstract: “Cosa fa sì che i buoni diventino cattivi? Philip Zimbardo, noto come l’ideatore dell’Esperimento carcerario di Stanford, racconta qui per la prima volta la storia di questo studio. A un gruppo di studenti furono attribuiti a caso i ruoli di “guardia” e “detenuto” in un ambiente carcerario simulato. Dopo una settimana lo studio fu interrotto perché quei normalissimi studenti si erano trasformati in guardie brutali e in detenuti emotivamente distrutti.Zimbardo descrive come certe dinamiche di gruppo possano trasformare in mostri uomini e donne perbene e ci permette di comprendere meglio fenomeni di estrema crudeltà, dalla disonestà delle multinazionali a come soldati americani prima degni di stima siano giunti a perpetrare torture su detenuti iracheni ad Abu Ghraib”

D.D.C


sabato 15 marzo 2008

Luoghi d'ascolto

L’illusione della stereofonia e il problema delle riflessioni

Per luogo d’ascolto si intende qualsiasi locazione in cui siano posti dei diffusori stereo per ascoltare musica oppure dei musicisti che suonino strumenti acustici, dunque: Auditorium, sale di incisione, sale prove, salotto di casa….

Come ho già ripetuto numerose volte, un suono è macroscopicamente schematizzabile come un onda di pressione che si propaga in un mezzo (aria nel nostro caso), che interagisce con gli ostacoli posti nell’ambiente circostante.

Perciò un suono che giunge alle nostre orecchie è frutto della somma del segnale emesso dalla sorgente sonora sommato a delle componenti dovute alla riflessione dello stesso nel luogo in cui stiamo ascoltando musica.

Come deve essere dunque un luogo d’ascolto affinché la musica emessa sia percepita perfettamente?

La risposta a questo tipo di problematiche è fornita dall’acustica (dal greco ἀκούειν, udire) quella branca della fisica che studia il suono, le sue cause (onde di pressione), la sua propagazione e la sua ricezione; in particolare da una branca detta acustica architettonica.

E’ ora d’obbligo distinguere tra musica naturale e musica emessa stereofonicamente.

Ascoltando dal vivo un violino, una viola, un violoncello e un contrabbasso suonare in una chiesa, l’energia sonora che essi producono si irradierà a larga banda circolarmente (assumiamo come semplice ipotesi che ogni strumento diffonda la propria energia in modo sferico). Una parte di questa energia giunge all’ascoltatore per via diretta, un’altra per via riflessa. La percentuale fra queste due modalità di arrivo dell’energia degli strumenti all’ascoltatore fa si che egli stesso sia in grado di localizzarli nello spazio.

Essendo nel campo del suono naturale, le riflessioni dell’energia sonora, sulle pareti della chiesa giocano un ruolo di mantenimento dell’energia in ambiente per un dato tempo (a seconda delle dimensioni dell’ambiente), che il cervello dell’ascoltatore traduce in informazioni circa lo spazio che contiene l’evento.

Tutto ciò non inficia l’integrità del suono degli strumenti, che da ogni posto vengano ascoltati saranno riconosciuti come veri.

Ascoltando dalla giusta distanza e da ogni posizione sentiremo un buon amalgama sonoro e sarà possibile sentire come separata e ben distinguibile la linea melodica prodotta da ogni strumento.

La stereofonia invece è un trucco per ingannare il nostro cervello (simile al cinema), già utilizzato al momento della registrazione e su cui è “organizzata” la musica che ascoltiamo in casa nostra. In fase di riproduzione, è uno stratagemma che consente a suoni che nella realtà provengono da due fonti ben precise, i diffusori, di svincolarsi da loro ed apparire come distribuiti in uno spazio ricreato.

Come immagini proiettate una dietro l’altra ad una determinata frequenza danno l’illusione del movimento, allo stesso modo due suoni emessi uno da un altoparlante posto a destra dell’ascoltatore, l’altro da un altoparlante posto a sinistra, per l’ascoltatore danno luogo ad un unico suono che proviene dal mezzo dei diffusori, più o meno spostato a destra o a sinistra a seconda della posizione dell’ascoltatore e del volume di suono emesso dai due altoparlanti (se ad esempio quello di destra suona più forte percepisco il suono sbilanciato a destra).

Fisicamente i suoni sono due, ma se arrivano all’ascoltatore in un periodo di tempo inferiore ai 25 ms, per quell’ascoltatore il suono è uno solo.

Dunque si comprende che, mentre nel caso di musica acustica il problema delle riflessioni non inficia più di tanto sull’ascolto se non per l’insorgere di echi non desiderati, nel caso della stereofonia le riflessioni che ripropongono il suono emesso dai diffusori dopo intervalli di tempo maggiori di 25 ms possono disturbare la riuscita dell’effetto stereofonico, determinando un notevole abbassamento della qualità d’ascolto.

Per questi motivi la progettazione di luoghi come auditorium teatri, sale di incisione professionali… è un compito sempre molto arduo.

venerdì 14 marzo 2008

Van Gogh , contenitore di genialità e follia.














A sinistra "Autoritratto con cappello di feltro grigio" , a destra "I Girasoli"( Sunflowers)


Nato a Groot Zundert nel 1853, figlio di un pastore protestante,Theodorus Van Gogh e di una popolana, Anna Cornelia , Vincent Willem Van Gogh sviluppò sin dall’infanzia un’attitudine e una particolare sensibilità verso il mondo dell’arte , forse unica via di fuga nella sua infanzia tormentata dall’apprensione dei genitori e dai frequenti insuccessi incontrati.

Cominciò le scuole di Zevenvergen nel 1861 e nel 1869 comincia il suo lavoro presso la bottega d’arte fondata da suo zio all’Aja, dove sì’interessa a vistare i musei locali e sviluppa un acume intellettuale e culturale molto vasto, accentuato dai viaggi che seguirono nella sua vita , sempre su commissione della anzidetta bottega d’arte, in città dalla vasta gamma artistica quali:Bruxelles, Londra e Parigi , dove dipinse l’opera “Esterno di un caffè di notte” .

Nel 1876 lascia definitivamente la bottega d’arte dello zio alla volta di Ramsgate , vicino Londra, dove lavora come insegnante in cambio del solo vitto e alloggio e fu qui che cominciò ad avvicinarsi alla povertà dei substrati della società condividendo la povertà dei minatori e facendo la loro stessa esperienza di vita, con l’unica consolazione della preghiera, Van Gogh infatti era molto religioso e aveva in sé il desiderio di consacrarsi completamente alla religione.

Solo quando i suoi genitori constatarono in che condizioni si trovava a causa di quella vita di stenti, all’artista fu impedito di tornare in Inghilterra e , su raccomandazione dello zio Vincent, trovò lavoro come commesso in una libreria di Dordrecht, dove viveva da solo frequentando spesso la chiesa locale e arrivò alla maturazione del suo ideale religioso.

Spinse infatti affinché il padre lo lasciasse seguire i corsi di una scuola per predicatori,lasciati per il carico gravante degli studi e per la sua inidoneità all’insegnamento e nel 1879 c0ominciò un’attività di predicatore laico nelle miniere del Borinage, dove ritrasse le umili e precarie condizioni di vita dei minatori colpito profondamente dalla povertà e dal sacrificio di questi ultimi.

Il suo atteggiamento di solidarietà/protesta verso questi poveri scavatori di carbone creò astio verso di lui da parte dei datori di lavoro , che lo mandarono via licenziandolo e bollandolo ancora una volta come un incapace privo di qualsiasi talento, talento che il nostro artista metteva tutto nella lettura e nel disegno degli anni seguenti , anni che portarono Van Gogh a situazioni estreme di povertà e miseria, anni che videro venire alla luce non solo alcune sue opere ma anche i suoi primi scatti di collera e di confusione psichica che avrebbero caratterizzato la sua restante esistenza.

Il fratello Theo, pur avendo rotto parzialmente i rapporti con lui , lo aiutò finanziariamente spronandolo a coltivare la sua passione per la pittura, così il giovane Vincent partì alla volta dei Bruxelles e della sua scuola d’arte, dove fece conoscenza di molti pittori e cominciò a disegnare copie delle opere di Millet.

Nel 1881 sceglie di essere ancora una volta del tutto autonomo e , rifiutando vari aiuti economici della famiglia decide di trasferirsi all’Aja ,dove prese lezioni dal pittore Anton Mauve .Nel 1883 vive con i genitori a Nuenen e fino al 1885 ,anno della morte del padre, vi dipinge più di duecento quadri, tra i quali il celebre “I mangiatori di patate”.
Nel frattempo i contrasti con la famiglia e la società si acuiscono a causa dei suoi metodi e della sua indole irosa, tant’è che il parroco del paese ammonisce tutti i cattolici , dicendo di non posare per l’artista come modelli, spingendo quindi lo stesso Van Gogh a ritrarre semplici nature morte.

Dopo essere stato ad Anversa per tre mesi , passati in parte come convalescente a causa di un suo malessere dovuto a denutrizione e durante i quali aveva seguito due corsi di disegno acquistando per la prima volta delle stampe giapponesi, Van Gogh torna a Parigi, desideroso di conoscere nuove correnti artistiche e va a vivere con suo fratello Theo. Vincent a Parigi fece amicizia con Paul Gauguin, con il quale nel 1887 costituì, insieme a Henri de Toulouse-Lautrec e ad Emile Bernard, il gruppo cosiddetto dei Pittori del Petit-Boulevard, per distinguersi da quello dei Pittori del Grand-Boulevard (Claude Monet, Alfred Sisley, Camille Pissarro, Edgar Degas, Georges-Pierre Seurat) che esponevano nella galleria di Theo. La sua tavolozza, fino a quel momento scura e terrosa, si schiarì tutto d'un colpo, grazie al contatto con la pittura impressionista.


L’anno seguente si traferì ad Arles ,raggiunto in seguito dall’amico Gauguin, ed è proprio i questa città che dipinge i suoi principali capolavori tra i quali ricordiamo “i Girasoli”.Sempre ad Arles avvenne il famoso litigio / aggressione ai danni di Gauguin, in seguito al quale Van Gogh si mutila l’orecchio, come si può notare nell’opera “Autoritratto con l’orecchio bendato “.

A seguito di questo gesto estremo e autolesionista , il pittore viene ricoverato in una clinica per la cura delle malattie mentali con una diagnosticata schizofrenia ,nonostante oggi non si sappia effettivamente di quale disturbo mentale soffrisse.

La sua vita da questo punto in poi prese una fase discendente , popolata da allucinazioni e deliri, a causa dei quali venne spesso ricoverato nei pressi di Saint Rèmy de Provence , dove dipinse “Iris” e “Alberi di cipresso” ,quadri che cominciano a rappresentare lo strato di profonda depressione che caratterizza il morale dell’artista,nonostante la produzione enorme di quadri e la presenza costante del giallo , un colore acceso.


Iris

Il 27 Luglio 1970 si presentò alla coppia proprietaria della locanda in cui vive , ferito da un colpo di rivoltella che lui stesso ammise di essersi sparato. Morì due giorni dopo e la sua bara fu ricoperta da girasoli, i fiori che sentiva così tanto vicini al suo animo artistico , così tanto suoi.

Quel che colpisce agli occhi di chi osserva , e la semplice pennellata senza sbavature senza ritocchi di Van Gogh, il quale plasma il colore come fosse creta o argilla, come se il colore non serva ad illuminare un soggetto , ma a crearlo.

Ciò colpisce perché è incredibile quanta lucidità possegga una mente artistica , pur martoriata dal malsano delirio della fase finale della sua vita,dagli sguardi ostili di un mondo che ormai era considerato alieno dall’artista, folle contenitore di genialità.


Daniele Tartaglia

mercoledì 12 marzo 2008

Breve storia dell'hip-hop

Parte V – Le scene nazionali europee



Dalla metà degli anni '80 in poi il rap varca i confini degli Stati Uniti generando scuole locali in ogni Paese del mondo. I primi tentativi sono ovunque molto imitativi, ed esclusivamente in lingua inglese, ma già sul finire del decennio si realizzano i primi esperimenti in lingue diverse.

La scena più attiva è fin dall'inizio quella francese, probabilmente per la somiglianza sociale fra i ghetti americani e le banlieues transalpine. Il rap francese, caratterizzato inizialmente da toni molto duri (NTM, Iam), trova poi una propria via in un sound molto soul e melodico (Mc Solaar).

Molto attiva negli anni '90 anche la scena italiana, che però si sviluppa nei centri sociali e assume un carattere politico ed alternativista (le posse) che ne impedisce una vera e propria affermazione commerciale, tranne rari casi, peraltro epurati dalla scena hardcore.

La Germania arriva più in ritardo, ma il genere vi si afferma e consolida prepotentemente, con tonalità aspre e simili al gangsterismo (Sido). Il rap britannico invece fatica ad emanciparsi da quello dei cugini d'Oltreoceano, ma sul finire degli anni '90 elabora uno stile molto innovativo, che assorbe dal vivace panorama inglese influenze che vanno dal dub al cantautorato (The Streets) fino a vere e proprie sperimentazioni post-rap, il cosidetto grime (Dizee Rascal).

Negli ultimi anni, infine, l'hip-hop ha invaso i Paesi dell'Est europeo, creando scene estremamente vivaci, sebbene un po' acerbe, specialmente in Polonia, Repubblica Ceca e Romania.

Emanuele Flandoli

lunedì 10 marzo 2008

Wishlist o meglio: l'inzio della settimana

Cose da vedere, da sentire, da leggere

Di solito una recensione sulle attività da svolgere nel tempo libero (dopo il lavoro, dopo gli impegni, all'affacciarsi di quei due giorni sacri e meditativi come il sabato e la domenica), dovrebbe attenersi ad un venerdì e non ad un inizio settimana che tutto contiene meno che un rilassante approccio al tempo.

Ma noi del MATblog siamo molto inclini a superare il conformismo, a cercare di avere del buonumore anche di lunedì, quando ci svegliamo e non sappiamo nulla del dopo (come del prima), incaponiti noi nel programmare una lista dei desideri, la quale potrà o non potrà essere portata a compitmento, ma almeno verrà rimirata nel giorno nefasto come se fosse un buon inizio settimana.

Da vedere:















"Per me l'arte è un'ossessione della vita e poiché siamo degli esseri umani, siamo noi il soggetto della nostra ossessione" Francis Bacon

Dal 5 marzo al 29 giugno, Palazzo Reale. Milano La mostra è curata da Rudy Chiappini. Orari: tutti i giorni 9.30-19.30, lunedì 14.30-19.30, giovedì 9.30-22.30 Ingresso: Intero €9, ridotto €7, scuole €4,50 Informazioni: call center VivaTicket: 899.666.805 (a pagamento), visite guidate 026597728, http://www.francisbacon.it/.

Da vedere:




















"To have peace with this peculiar life; to accept what we do not understand; to wait calmly for what awaits us, you have to be wiser than I am" Maurits Cornelis Escher

Fondazione Musica per Roma presenta C. M. Escher: L’arte del puzzle e il puzzle dell’arte. Un evento di Festival della Matematica 2008 Biglietti: Ingresso 2.00 euro Orari: 14 e 15 marzo Mattina riservato alle scuole. Informazioni per le scuole: ufficio promozione tel. 06 80241226-408-563 Pomeriggio aperto al pubblico fino alle 21 dal 16 marzo: dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 21 – sabato e domenica dalle 11 alle 21.

Da sentire:

Michael Adkins Quartet: "Rotator"

"When one hears Michael Adkins for the first time, there’s a certain shock, not just at the presence of a new voice but that such a musician might arrive fully formed. There’s something unexpected in the sheer weight of his sound and depths of meaning that impinge in his lines.." HatHut Records

Da leggere:

due titoli della casa editrice Il saggiatore









Storia del pianoforte di Piero Rattalino :

"Le origini, gli sviluppi, le tecniche compositive, gli interpreti: una breve storia dello strumento musicale per eccellenza."















La teoria dei colori di Johann Wolfgang Goethe, introduzione di Giulio Carlo Argan:

"Gli uomini provano un grande piacere nel vedere i colori, hanno bisogno dei colori come della luce."